Richard Prince riassume in sé lo stadio più recente ed elaborato dell’utilizzo del readymade, ossia l’eclatante manifestazione del passaggio che l’arte ha maturato da essere abilità pratica a pura idea, sviluppando la bellezza come pregnanza concettuale senza distaccarsi dall’ estetica tradizionale e mantenendo il punto fermo della concezione classica dell’interpretazione e della copia.

Ritagliando o fotografando solo parte di un’immagine più grande, l’artista ha fatto sì che le fotografie si rivelino allo spettatore in maniera completamente diversa da quella con cui erano state pensate e prende così il controllo di un’immagine di per sé creata con altro deliberato intento nel solo processo di rifotografarla.

Infatti, la costante nei suoi primi esperimenti con la sua rephotography è la volontà di mostrare al grande pubblico la qualità, la potenzialità, la bellezza delle immagini pubblicitarie, che lui trova così attraenti semplicemente in quanto immagini, totalmente estrapolate dalla loro finalità comunicativa e pubblicitaria.
Prince vede nella decontestualizzazione di queste fotografie dal loro ambiente l’idea rivoluzionaria, l’espressione fisica del suo pensiero, la rivoluzione nel modo di fare arte che lui aveva sempre conosciuto e percepito.

New Portraits è l’ultima serie di opere conclusa nell’ anno 2014 ed esposta prima alla Gagosian Gallery di Londra e l’anno successivo alla galleria Blum & Poe di Tokyo. E’ costituita da una serie di autoritratti che l’autore ha selezionato dal social network Instagram: i singoli scatti sono stati fotografati nel loro layout originale e stampati su tele di 170 centimetri d’altezza. L’unica modifica strutturale che Prince porta alle immagini sta nel rimuovere i commenti originali in favore di altri creati ad hoc e firmati da lui stesso, tramite il suo profilo personale. Il lavoro si concentra quindi sul raccogliere, selezionare, rifotografare e stampare in grande formato un genere di autoritratto prodotto per una destinazione dove la fruizione è molto superficiale: l’affastellamento di immagini su Instagram è il passo successivo rispetto alla serie creata dalle rubriche sulle riviste per i bikers, ossia l’interminabile accumulo di stimoli visivi in uno spazio ristretto e concitato.

Questo vertiginoso accumulo, unito alla semplicità di assimilazione dei contenuti, fa sì che il tempo di fruizione di un’immagine si riduca ad essere quasi nullo e unicamente finalizzato all’ acquisizione di un proprio seguito, che definisca una sineddoche dell’approvazione sociale per il singolo. Si instaura quindi facilmente un meccanismo di autocelebrazione molto simile a quello analizzato da Prince con le sue Girlfriends, dove le immagini servono a dimostrare ciò che si vuole essere e come si vuole essere considerati, con l’unica differenza che in questo caso il soggetto dell’immagine coincide con l’autore e il suo tentativo di autoaffermazione.

Questa tendenza diffusa di auto-ritrarsi diventa per Prince il nuovo panorama della la sua analisi artistica. Il laboratorio si riduce all’apparecchio telefonico e la ricerca si fa paradossalmente molto vasta, forte dell’afflusso di immagini di cui può disporre. La scelta delle fotografie diventa la fase del lavoro più impegnativa, dove l’artista analizza il comportamento del singolo utente e ne seleziona uno scatto unico, che commenta a suo nome.

La parificazione di trattamento tra le immagini di provenienze diverse mette in luce la non-distinzione di Prince nei confronti di ciò che è popolare e ciò che non è conosciuto, facendo ancora una volta notare come l’arte sia in grado di analizzare l’essere umano a prescindere da ogni condizionamento di tipo sociale: le opere più in vista sono quelle che ripropongono personaggi come la modella Pamela Anderson, la modella Kate Moss o la cantante americana Sky Ferreira. Prince commenta ogni fotografia con interventi dal linguaggio fortemente colloquiale, che presuppongono un contatto diretto con il soggetto ritratto; tramite questo espediente Prince conferisce veridicità ad affermazioni che volgono unicamente ad evidenziare gli aspetti teatrali delle fotografie, mettendo ironicamente in luce quegli elementi che, nonostante la cura nella costruzione dell’immagine, sono indicatori di una spontaneità del tutto fittizia e costruita, tanto quanto l’inferenza dell’artista.

Prince punta scomodamente l’attenzione sull’atteggiamento sociale che giustifica superficialmente la produzione di questo determinato tipo di fotografie, mettendo così in crisi quei presupposti che avvalorano l’utilizzo della propria persona come oggetto-merce e la risonanza sociale che ne deriva come giudizio indispensabile. Tramite le inferenze inoltre, l’artista mette a nudo le caratteristiche che sviscerano la condizione di pensiero che sta alla base del processo creativo dell’autoritratto “selfie”, dando così adito ad una riflessione più ampia sul concetto del valore del singolo individuo.




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